MOLTI RETAILERS HANNO ORGANIZZATO MODELLI DI TAKE BACK DELL’USATO DEI CLIENTI. IN MOLTI CASI CIO’ HA PORTATO A RISULTATI ANCORA PEGGIORI. TRANNE IL NOSTRO MODELLO RE3.
L’industria della moda è diventata sinonimo di consumo eccessivo, crisi dei rifiuti generati dai capi non più indossati e quindi gettati come rifiuto indifferenziato, inquinamento diffuso a causa dell’impiego di chimica nella fase produttiva e Co2 nella fase distributiva nonché sfruttamento dei lavoratori nelle catene di approvvigionamento globali. Ciò che è meno noto è che l’insaziabile modello di business del fast fashion è reso possibile da fibre sintetiche a basso costo, prodotte da combustibili fossili, principalmente petrolio e gas utilizzate per produrre capi indossati meno di una manciata di volte e gettate quasi subito a causa della scarsa qualità degli stessi. Per questo motivi molti retailers hanno organizzato modelli di «take back» dell’usato dei clienti. I risultati, che avrebbero dovuto in parte compensare la sovrapproduzione ed il consumo esageratamente alto hanno però portato a risultati ancora peggiori.
Uno studio condotto da changingmarkets.org changingmarkets.org tra agosto 2022 e luglio 2023, ha monitorato 21 articoli di 10 marchi di moda che rientrano nei programmi di «take back». I capi sono stati donati dai precedenti proprietari ai negozi H&M, Zara, C&A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&S in Belgio, Francia, Germania e Regno Unito, oppure sono stati inviati a un programma di Boohoo. Nonostante gli slogan, tre quarti degli articoli (16 su 21 – ossia il 76% degli stessi) sono stati distrutti, lasciati nei magazzini o esportati in Africa, dove fino alla metà degli indumenti usati viene rapidamente triturata per altri usi o abbandonata in discarica.
Un paio di pantaloni da jogging donati a C&A sono stati bruciati in un forno per cemento. Una gonna donata a H&M ha percorso 24.800 chilometri da Londra fino a raggiungere un terreno incolto in Mali, dove sembra essere stata abbandonata sul terreno. Tre articoli sono finiti in Ucraina, dove le regole di importazione sono state allentate a causa della guerra. Solo 5 articoli, circa un quarto dei 21 originali, sono stati riutilizzati in Europa o sono finiti in un negozio di rivendita. Un risultato disastroso.
Anche noi di SEAY abbiamo sviluppato un modello di take-back ma siamo abbiamo voluto essere trasparenti sino in fondo.
Come?
- collaboriamo con cooperative no-profit che si impegnano a reimpiegare il 100% del materiale usato raccolto solamente in ambito nazionale;
- ogni capo usato donato viene tracciato mediante un Qr code univoco che i precedenti possessori possono utilizzare per verificare come è stato effettivamente impiegato il loro indumento usato;
- rispetto a quanto raccolto dai nostri clienti sino ad oggi meno del 10% degli indumenti usati sono stati termovalorizzati, il 60% circa è stato predisposto per il riutilizzo ed il 30% è stato predisposto per il riciclo.
La comunità Europea sta predisponendo in questi mesi un decreto legge che prevede una responsabilità estesa del produttore (EPR) anche in ambito tessile. L’EPR è una norma nata dalla minaccia della crisi climatica e del degrado ambientale. I produttori saranno a breve chiamati a gestire il fine vita dei prodotti da loro stessi immessi sul mercato, attraverso una responsabilità finanziaria e organizzativa, che può essere attuata in forma individuale o collettiva. Ed ecco che con il nostro Modello Re3 siamo in grado di rispondere sin da ora a quelle che saranno le future disposizione in materia di gestione del rifiuto tessile.
Abbiamo sviluppato il nostro modello perché fosse quanto più efficacie e trasparente possibile. Non l’hai ancora utilizzato? Mettici alla prova. Basta barrare l’apposita casella nel carrello del nostro e-store e otterrai tutte le informazioni necessarie per ottenere uno sconto immediato sul tuo acquisto, per consegnarci un tuo indumento usato che non utilizzi più e per tracciare la nuova vita del tuo vecchio capo.

